Lucera

Federico II vi stabilì un’ampia comunità islamica, da cui derivò il nome “Lucera dei Saraceni”. Anche la popolazione ebraica residente fu numerosa in età medievale. Qui fu copiato nel 1472 un Sèfer Yosippòn, oggi conservato a Parigi, per un ebreo residente a Manfredonia.

Sannicandro Garganico

La storia della comunità locale è unica nel suo genere. Negli anni ’30 del secolo scorso, Donato Manduzio, convinto della necessità di recuperare le tradizioni descritte nell’Antico Testamento, sollecitò la progressiva conversione all’ebraismo di alcuni suoi concittadini. Una parte di quanti seguirono le sue orme si trasferì in Israele subito dopo la creazione dello Stato, mentre altri restarono nella cittadina, dove è ancor oggi attiva una piccola sinagoga.

Ascoli Satriano

“Da Melfi in un giorno di cammino si giunge ad Ascoli: vi risiedono una quarantina di ebrei, i più importanti dei quali sono rabbi Consoli, suo genero rabbi Tzèmah e rabbi Yosèf.” La cittadina, la prima negli attuali confini amministrativi della Puglia (all’epoca di Binyamin anche l’attuale Basilicata ne faceva parte), è degna di una visita per il suo centro ricco di importanti testimonianze monumentali.

Manfredonia

Dalla narrazione di Binyamìn apprendiamo notizie indirette sulla celebre accademia ebraica di Siponto, i cui membri si recavano a studiare fino alla lontana Baghdad; grazie alle conoscenze scientifiche acquisite in oriente, essi contribuirono allo sviluppo della più antica facoltà di medicina dell’occidente europeo, la scuola di Salerno. Gli ebrei sipontini si trasferirono nella vicina Manfredonia

Barletta

Grazie al suo porto fu sede di una comunità numerosa nel tardo Medioevo, accresciuta dal massiccio numero di profughi giunti in città dopo l’espulsione dalla Spagna del 1492. Restano numerosi documenti d’archivio relativi a mercanti ebrei residenti in città. Tra loro, il grande intellettuale iberico Yitzhàq Abravanèl (1437-1508) vi soggiornò nei primi anni del Cinquecento, insieme al figlio Yehudà (ca. 1460 - dopo il 1521), più noto come Leone Ebreo, autore di una delle più diffuse opere rinascimentali di estetica, i Dialoghi d’amore, composti in italiano forse proprio a Barletta

Trani

“In altri due giorni di cammino si arriva a Trani, situata sulla riva del mare. Grazie al suo porto facilmente accessibile, è luogo di raduno di tutti i viaggiatori diretti a Gerusalemme. È una città grande e bella, abitata da circa duecento ebrei con a capo Rabbì Eliyyà, Rabbì Natàn l’esegeta e Rabbì Ya’aqòv.” Trani mantiene ancor oggi intatto il suo splendido centro medievale. Grazie al traffico di pellegrini diretti in Terra Santa, nel periodo normanno – svevo ospitò un’ampia comunità che declinò nel periodo angioino per riassumere un ruolo significativo in età aragonese (XV secolo) e fino all’espulsione cinquecentesca. Il nome “Via Giudea” ricorda l’antico quartiere ebraico, nelle vicinanze del porto. Assolutamente da non perdere sono le due sinagoghe duecentesche, interamente conservate nella loro struttura architettonica: Scola Nova e Scola Grande (scola = sinagoga). Scola Nova, trasformata in chiesa come la vicina Scola Grande già nel corso del XIII secolo, è stata restituita al culto ebraico al momento della recente ricostituzione di una piccola comunità ebraica locale. Nell’edificio è ancora visibile l’aròn ha-qòdesh (arca santa) in pietra, la nicchia dei rotoli ebraici di uso liturgico. Dopo decenni di abbandono, un accurato restauro ha fatto di Scola Grande il principale museo dell’ebraismo pugliese (Museo Sinagoga Sant’Anna). Al suo interno è custodita la lapide di fondazione, datata 1246. Varie epigrafi sepolcrali ebraiche rinvenute nei pressi di Trani sono state trasferite nel Museo, altre sono ancora visibili nelle loro ricollocazioni in alcuni edifici del centro storico

Andria

La chiesa di Santa Maria Mater Gratiae ad Andria sarebbe sorta sui resti di un edificio sinagogale

Bitonto

Sappiamo che vi fu attiva una scuola ebraica importante nel XV secolo di cui rimangono informazioni in opere didattiche composte per l’uso degli studenti. Vi ebbe un ruolo di spicco la famiglia Calònimos

Bari

 “A un giorno di cammino da Trani sorge Nicola di Bari, la grande città distrutta dal re Guglielmo di Sicilia. Il luogo ora è in rovina e non vi risiedono né ebrei né cristiani.” All’epoca di Binyamìn la città era in pessime condizione, a seguito della distruzione voluta da Guglielmo il Malo. Ma la sua fama nel periodo precedente e successivo non venne mai meno, come si evince dal detto menzionato nella premessa: “Da Bari uscirà la Torà…”. Importanti furono le sue scuole rabbiniche, nell’ambito delle quali alcuni poeti locali produssero importanti inni liturgici tra il IX e l’XI secolo. Di una sinagoga di Bari resta solo un'iscrizione ebraica trecentesca, conservata in un’abitazione privata in Strada San Sabino, all’interno dell’antica giudecca che si estendeva nelle vicinanze della Cattedrale. Ricorda la presenza di un’altra sinagoga una targa recentemente collocata all’esterno di palazzo Effrem. Di alcune importanti famiglie ebraiche, convertite nel corso del XVI secolo, restano gli eleganti palazzi nel centro storico (Zizzi, da ‘Azìz; Calò, da Calònimos) Dall’area barese provengono le lapidi attualmente esposte (alcune in riproduzione) al Castello Svevo. Nel periodo immediatamente anteriore alla II Guerra Mondiale vi riprese una vita comunitaria. Il cimitero di Bari accoglie alcune sepolture recenti

Altamura

Uno dei quattro quartieri del centro è tradizionalmente ritenuto l’antica giudecca

Gravina

Un’antica chiesetta oggi sconsacrata pare sia sorta sul sito dell’antica sinagoga, di cui un’iscrizione ebraica di età normanna ci riporta alcune informazioni. All’interno della cattedrale un capitello raffigura una menorà. La tradizione vuole che il restauro dell’elegante edificio, di origine normanna, sia stato possibile alla metà del XVI secolo grazie al finanziamento forzato di un ebreo locale

Polignano

Come in altri centri pugliesi, anche a Polignano vi fu una giudecca, di cui resta traccia nell’antica toponomastica. L’attuale via Innocenzo Tanese si chiamava “via della Giudea”. Un edificio in questa strada avrebbe avuto funzione sinagogale. Tra le famiglie che abitarono più lungamente nel quartiere, pare che i Bellipario fossero ebrei, convertiti già in età angioina: il loro cognome rinvia all’attività, tipicamente ebraica, di conciatori di pelli

Monopoli

Sotto la protezione della Repubblica di Venezia tra XV e XVI secolo vi si stabilirono numerosi ebrei, tra cui anche Yitzhàq Abravanèl, di cui si è detto, e Hayyìm Yonà, espulso con i suoi correligionari dalla natia Sicilia nel 1493. Egli sovrintese un Bet Din (tribunale rabbinico) tra Trani e Monopoli, di cui fornisce ampia documentazione in alcuni responsa giuridici, oggi conservati a Firenze. Oltre a informarci sulla vita delle comunità locali, Hayyìm ricorda le lezioni di filosofia tenute da Abravanèl, che a Monopoli scrisse, sullo stendere del XV secolo, tre corposi trattati messianici in cui l’autore fissava al 1503 la venuta del Redentore del popolo d’Israele. A Monopoli resta la memoria di un’accademia ebraica che sembra più che altro il prodotto dell’attività di eruditi cristiani del Rinascimento

Massafra

Un manoscritto ebraico vi fu copiato verso la metà del XV secolo. La comunità locale pare fosse strettamente associata all’attività del lavaggio dei tessuti

Taranto

“Da qui occorre un giorno e mezzo per giungere a Taranto, che fa parte del regno di Calabria. È una grande città, abitata da greci e da circa trecento ebrei. Tra i numerosi dotti si distinguono rabbi Meìr, rabbi Natàn e rabbi Yisraèl.” Ventisei iscrizioni funerarie in ebraico, latino e greco, che coprono un arco cronologico esteso tra il IV-V fino al X secolo sono oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale (MARTA). Le stele confermano l’importanza della comunità, fondata, secondo la tradizione, da una colonia di ebrei deportati da Tito e dedita prevalentemente ad attività commerciali. I nuclei abitativi erano insediati forse nella città vecchia, mentre l’area cimiteriale era localizzata fuori dall’area urbana. Ad epoca recente risale un edificio comunemente ritenuto un’antica sinagoga

Manduria

Mancano notizie certe sulla presenza di ebrei a Casalnovo (l’attuale Manduria) per i secoli XIII-XV, mentre significativa fu tra i primi anni del Cinquecento fino al bando di espulsione del 1541. Alla seconda metà del Seicento risale l’istituzione del “Ghetto degli Ebrei”, probabilmente finalizzato ad accogliere famiglie di convertiti. Il quartiere si trova di fronte alla chiesa madre ed è delimitato da tre accessi che venivano chiusi al tramonto, in linea con le disposizioni ecclesiali cinquecentesche. Un edificio, tradizionalmente indicato come sinagoga, presenta una facciata ingentilita da una serie di rosette; di un altro si dice fosse la “casa del rabbino”

Oria

Posto in posizione strategica collinare lungo la via Appia, l’abitato fu sede, fra il VII ed il IX-X secolo, di un’importante comunità ebraica, che risiedeva nella porzione orientale del nucleo urbano, nei pressi dell’accesso ancor oggi detto “Porta degli Ebrei”. Una vasta area cimiteriale ebraica altomedievale (VIII-IX sec. e,v,) è stata identificata in un’area collinare a poche centinaia di metri dalla porta. Nella Biblioteca Comunale si conserva una delle più belle stele funerarie della regione, datata tra il VI e l’VIII secolo, con testo in ebraico e in latino, che ricorda Hanna, figlia di Iuliu (= Yo’el). Un’altra stele con menorà si conserva all’interno del bel castello federiciano. La piazza antistante alla Porta degli Ebrei (ove è stata recentemente collocata una grande menorà) è stata intitolata a Shabbetày ben Avrahàm Donnolo (913 - ca. 973), insigne medico e filosofo, figura di spicco dell’ebraismo medievale. La tradizione locale identifica un piccolo edificio nella giudecca con una sinagoga. Le memorie della comunità di Oria in età bizantina ci sono in gran parte note grazie alla splendida cronaca del Sèfer yuhasìn (Libro delle genealogie), composta nel 1054 da un discendente di ebrei oritani residente a Capua, Ahima’àtz ben Palti’él

Brindisi

“Un giorno di cammino separa Taranto da Brindisi: situata sulla riva del mare, la città accoglie una decina di tintori ebrei.” Primo punto di approdo dei numerosi ebrei provenienti dalla Terra d’Israele all’epoca della distruzione del Secondo Tempio, la comunità locale era fiorente ancora nel IX secolo, epoca cui risalgono tre importanti iscrizioni funerarie in lingua ebraica, oggi custodite presso il Museo Archeologico Provinciale. L’onomastica stradale conserva il toponimo via Giudea. La sinagoga, trasformata in chiesa, era diroccata già alla metà del XVI secolo

Lecce

La menzione di un dignitario ebreo leccese si ritrova nella più antica iscrizione funeraria ebraica datata nelle catacombe di Venosa (521 EV). Dopo le attestazioni di età romana informazioni sulla comunità locale risalgono al XIV secolo, quando la città rifiorì sotto la protezione della famiglia Del Balzo Orsini. In età aragonese l’insediamento ebraico fu particolarmente significativo: la maggior parte degli ebrei era di provenienza catalana e provenzale ma c’erano anche numerosi ebrei balcanici. La giudecca occupava un’area abbastanza ampia nei pressi della Porta di San Martino e della Piazza dei Mercanti (attuale Piazza Sant’Oronzo). Gli ebrei occupavano un ruolo significativo nell’economia cittadina, impegnati in attività industriali di tintoria e conciatura delle pelli, lavorazione delle stoffe e dei metalli, attività di prestito e di mediazione commerciale.
Una sinagoga doveva trovarsi nell’attuale Palazzo Personè, ove ha oggi sede il Museo Ebraico. Dell’edificio resta un’iscrizione ebraica quattrocentesca reimpiegata nella costruzione di palazzo Adorno.
Numerosi manoscritti ebraici vennero copiati a Lecce nel corso del XV secolo, in particolare per la famiglia De Balmes.

Copertino

Il Borgo Scialò (forse da collegato a shalom, “pace”) sarebbe l’ultima area abitata da una comunità che divenne significativa soprattutto nel corso del Quattrocento. L’area della giudecca occupava una posizione centrale, nei pressi della Piazza del Mercato (oggi Piazza del Popolo, dove si trovava la sinagoga, sulla quale fu costruita la chiesa e il convento delle Clarisse. Uno dei più antichi documenti conservati in dialetto salentino è un carteggio (1392-1415) tra un ebreo copertinese, Shabbetày Russo, e un mercante veneziano cristiano, Biagio Dolfin, che avevano creato una compagnia commerciale

Soleto

La chiesa romanico-gotica di Santo Stefano fonde elementi della chiesa latina e greca nel bel ciclo di affreschi che ne ricopre interamente le pareti, databili tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo: la ricca decorazione ci mostra l’immagine che la popolazione locale cristiana aveva degli ebrei contemporanei, contrassegnati dai “segni d’infamia” tipici dell’epoca (la cosiddetta rotella). La locale comunità risiedeva forse nei pressi dell’attuale Rua Catalana. Altri centri dell’area “grica” testimoniano nella toponomastica l’antica presenza di giudecche (Sternatia, Carpignano etc.)

Galatina

Nel XV secolo gli ebrei dovevano risiedere principalmente nell’area dell’attuale via Zimara. Un’eco della presenza ebraica locale traspare dai magnifici affreschi giotteschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, edificata dai Del Balzo Orsini fra il 1383 ed il 1391. Nel ciclo cristologico d’inizio ’400 i personaggi ebrei sono chiaramente riconoscibili dalle fattezze “dispregiative” che si richiamano a modelli iconografici d’Oltralpe

Nardò

Il centro, che ebbe una notevole importanza nel Quattrocento, fu popolato da una comunità numerose che abitò il quartiere di San Paolo, a ridosso delle mura e a breve distanza dalla porta aperta in direzione di Lecce. Gli ebrei locali erano dediti ai commerci via mare e vi esercitavano prevalentemente l’attività di tintori e conciatori di pelli. Una tradizione vuole che la sinagoga sorgesse dove ora si trova la sagrestia della chiesa di Sant’Antonio da Padova, luogo scelto dai feudatari locali come cappella funeraria. Un documento del 1573 ci fornisce indicazioni relative all’ubicazione del cimitero ebraico, situato fuori dall’area delle mura, non lontano dalla giudecca, nei pressi del canale dell’Asso

Otranto

“In altri due giorni si giunge ad Otranto, sulla riva del mare greco. Vi risiedono circa cinquecento ebrei, con a capo rabbi Menahèm, rabbi Kalèv, rabbi Meìr e rabbi Malì.” Data la sua funzione di porto collegamento con il Mediterraneo orientale, la città fu sede di un’importante comunità da epoca romana, come attestano le memorie medievali. Il più antico documento che attesta la presenza di ebrei ad Otranto è costituito da una iscrizione funeraria di una giovane, Glyka, in greco e in ebraico, databile al III sec. EV., decorata da una menorà, oggi conservata presso l'attuale Museo Diocesano. Nell’alto Medioevo vi fiorì una scuola che annoverava vari poeti liturgici; nello stesso periodo nel locale scriptoriu furono copiati importanti manoscritti, oggi conservati in varie biblioteche in Italia e all’estero; ricordiamo ancora una volta il famoso detto “da Bari uscirà la Torà e la Parola del Signore da Otranto”

Gallipoli

Sappiamo che la giudecca si trovava fuori dal centro sull’isola, nella zona che ancor oggi prende nome dall’insediamento ebraico. Per lungo tempo la città fu considerata, dagli ebrei salentini, una sorta di isola felice, luogo di accoglienza quando altrove, come a Brindisi e Nardò, imperversavano le persecuzioni. Per la sua funzione di scalo per il Mediterraneo orientale, la città vanta una lunga tradizione di ospitalità e tolleranza verso gli stranieri

Specchia

Nel piccolo centro operò nel XV secolo il medico Davìd Nèzer Zahàv, che abitò anche a Lecce e a Corfù e che nel 1415 vi copiò e decorò una copia di una versione ebraica di un testo arabo di chirurgia. Il bel manoscritto si conserva oggi a Vienna

Alessano

La giudecca era presso la Porta di S. Maria, non lontana dal Castello. Il quartiere, non anteriore al XV secolo, si articola intorno ad una corte interna (attuale piazza O. Costa), con un arco di accesso ancora ben conservato